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OECD: Lancio del rapporto sullo stato della salute cardiovascolare nell’UE

Il 10 febbraio 2026 si è tenuto il webinar “State of Cardiovascular Health in the European Union” organizzato dall’OECD, incentrato sulla discussione delle strategie europee per contrastare l’impatto delle malattie cardiovascolari. A moderare l’incontro è stata Francesca Colombo, Responsabile della Divisione Salute della Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’OECD, che ha guidato il confronto tra relatori istituzionali, esperti scientifici e rappresentanti delle organizzazioni dei pazienti.

Il ProMIS ha preso parte al webinar e ne propone di seguito una sintesi dei principali punti emersi.

IL RAPPORTO OECD: DATI E PRINCIPALI EVIDENZE

Antonio Parenti, Direttore per la Salute pubblica, il cancro e la sicurezza sanitaria presso la DG SANTE della Commissione europea e Mark Pearson, Vicedirettore della Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’OECD, hanno illustrato i punti salienti del rapporto “The State of Cardiovascular Health in the European Union”, pubblicato dall’OECD nel dicembre 2025.

Il rapporto, che costituisce la base scientifica del “Safe Hearts Plan” – il primo piano europeo dedicato alla salute cardiovascolare – si fonda su tre pilastri: prevenzione e promozione della salute, diagnosi precoce e screening, ricerca e innovazione.

Il quadro tracciato evidenzia che le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte e disabilità nell’UE, con 1,7 milioni di decessi annui – un terzo di tutti i decessi – e 62 milioni di persone colpite. L’onere economico ha raggiunto i 282 miliardi di euro annui, circa il 2% del PIL UE, tra costi sanitari diretti, perdita di produttività e mortalità prematura.

Tra il 2012 e il 2022 si registra un calo medio della mortalità del 20% negli uomini e del 22% nelle donne. Tuttavia, la pandemia ha invertito alcuni progressi: i paesi con maggiore mortalità pre-pandemica come Bulgaria, Romania e Lettonia hanno subito incrementi del 10-21% nel 2019-2021, ampliando il divario con l’Europa occidentale. Oggi i tassi di mortalità variano di sei-sette volte tra gli Stati membri: si va da 222 decessi per 100.000 uomini in Francia a 1.338 in Bulgaria.

Quanto ai fattori di rischio, l’ipertensione colpisce il 22% della popolazione, l’obesità il 15%, il diabete l’8%. A questi si aggiungono la sedentarietà – il 45% degli europei non svolge mai attività fisica – e il fumo, con tendenze in aumento tra i giovani.

Allineare le pratiche di ricovero agli standard OECD migliori potrebbe generare un risparmio fino a 45 miliardi di euro nella sola spesa ospedaliera UE.

COSA FANNO GLI STATI: SVEZIA, SPAGNA, LA JOINT ACTION JACARDI E LA VOCE DEI PAZIENTI

Thomas Linden, proveniente dal Consiglio Nazionale della Salute e del Benessere svedese,  ha presentato il “National Heart Health Action Plan” svedese, approvato a novembre 2025, volto a tradurre le ambizioni europee in azioni statali. Il piano si basa su gestione dei fattori di rischio, equità, prevenzione, coinvolgimento dei pazienti, monitoraggio e valutazione. Le sfide identificate includono il sottoutilizzo della prevenzione e della diagnosi precoce, le disuguaglianze regionali nella gestione degli stili di vita, l’accesso ineguale ai trattamenti basati su evidenze e il limitato coinvolgimento strutturato dei pazienti.

Hector Bueno, membro del Comitato spagnolo per lo sviluppo della strategia sanitaria cardiovascolare, ha illustrato la strategia spagnola, che adotta un approccio “lungo tutto l’arco della vita”, incentrato su prevenzione e sensibilizzazione fin dalle scuole, equità, continuità delle cure, qualità, sostenibilità e integrazione tecnologica. Ha sottolineato l’importanza del continuo coinvolgimento di pazienti, cittadini, professionisti e decisori politici: l’allineamento di tutte le parti interessate è, a suo avviso, la condizione necessaria per qualsiasi riforma efficace.

Benedetta Armocida, coordinatrice di JACARDI (Joint Action on Cardiovascular diseases and Diabetes), ha ribadito che la gestione delle malattie cardiovascolari non è responsabilità esclusiva del sistema sanitario, ma dell’intera società. Ha concordato sull’importanza della sensibilizzazione non solo nelle scuole ma anche nei luoghi di lavoro, e sull’urgenza di integrare le considerazioni sanitarie nelle decisioni politiche economiche e sociali. Riguardo alla tecnologia, ha sottolineato il potenziale dell’intelligenza artificiale e del monitoraggio remoto.

Konstantina Boumaki, dell’European Patients’ Forum, ha sottolineato la necessità di superare il divario nell’accesso alle cure, chiedendo standard minimi uniformi che non dipendano dal luogo di residenza né dalle condizioni socio-economiche. Ha inoltre richiesto azioni mirate per ridurre il gender gap nella ricerca e nelle cure, ed evidenziato l’importanza di un supporto psicologico per i pazienti.

COSA CAMBIA ADESSO: CINQUE PRIORITÀ PER L’EUROPA

Al termine del confronto è emersa con chiarezza la necessità di un cambio di paradigma. Curare senza prevenire, investire senza monitorare, agire senza coinvolgere i pazienti e gli altri settori della società non è più sufficiente.

Le priorità individuate, dunque, sono cinque:

  1. Equità di accesso: colmare il divario di sei-sette volte tra i paesi europei non è più rinviabile, e servono standard uniformi con attenzione strutturale alle disparità di genere;
  2. Coinvolgimento dei pazienti: non come destinatari passivi ma come partner attivi, con un supporto che non sia solo farmacologico ma anche psicologico e sociale;
  3. Tecnologia: intelligenza artificiale e monitoraggio remoto possono fare la differenza, ma bisogna passare dalla sperimentazione all’adozione su larga scala; 
  4. Allineamento delle politiche, dal livello europeo a quello locale, coinvolgendo istruzione, welfare ed economia: la salute si fa anche fuori dagli ospedali; 
  5. Prevenzione primaria: combattere la sedentarietà del 45% degli europei significa ripensare le città, il lavoro, la scuola e rappresenta una sfida sia sanitaria che culturale.

Il webinar del 10 febbraio 2026 ha confermato che la sfida cardiovascolare europea richiede una risposta integrata e coordinata. Il Safe Hearts Plan rappresenta il quadro strategico, il rapporto OECD la base scientifica, le esperienze nazionali il banco di prova. Resta ora da trasformare le priorità in azioni concrete.

 

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Misure per la parità di genere nei PNRR: l’Italia esempio virtuoso in Europa

La pandemia del COVID-19 ha acuito sensibilmente quelle che erano le disparità di genere, sociali ed economiche già presenti negli Stati Europei. L’evidenza scientifica ha ampiamente dimostrato quanto gli effetti della crisi si siano riversati in maniera esponenzialmente maggiore sulle donne rispetto che gli uomini.

L’Unione Europea ha deciso di intervenire in modo strutturale per ovviare a questa questione, obbligando per esempio gli Stati membri in questa programmazione ad avere un Gender Equality Plan (GEP) per poter partecipare ai progetti dell’Unione Europea come ad esempio il programma Horizon Europe.

Se è giusto affermare che il GEP riguardi le singole organizzazioni che fanno domanda e non gli Stati membri di per sé, è vero anche che tale misura debba essere presentata da enti pubblici quali organismi di finanziamento della ricerca, nonché ministeri nazionali, enti pubblici di autorità, enti di ricerca siano essi pubblici o privati.

Inoltre, occorre aggiungere che il GEP non va inteso come una misura isolata all’interno di un quadro normativo impreparato, ma che dovrebbe essere circoscritto all’interno di una analisi degli studi di genere, alla base dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza post-Covid.

Ed invece l’EIGE nel suo rapporto registra che, un coinvolgimento limitato sia dei governi nazionali che degli organismi indipendenti per la parità di genere e la società civile femminile e femminista, abbia portato ad un risultato che stima a meno del 2% la quota destinata a bilancio per misure di genere.

Questo dato è frutto della mancanza di approccio strutturale da parte degli Stati dell’UE, che non hanno prodotto dapprima una gender analysis, così da delineare le criticità del tema ed agire di conseguenza durante la stesura dei Piani di Ripresa e Resilienza.

Il caso virtuoso dell’Italia sulla serietà dell’analisi di genere a monte del PNRR

L’Italia si è dimostrata, insieme soltanto alla Spagna e alla Svezia, uno dei pochissimi paesi che hanno prodotto dapprima una analisi del divario di genere nei diversi settori, per poi favorire e promuovere la parità attraverso un approccio trasversale in cui il tema è stato preso in considerazione nelle fasi di attuazione del PNRR.

Il tema della parità di genere va inteso in questa fase come una delle chiavi di lettura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per rendere più inclusiva ed efficace l’esecuzione dei bilanci.

Altri Stati membri si stanno ora mobilitando nell’introdurre un’iniziativa prospettica sul tema della parità di genere nei propri Piani Nazionali. Tuttavia si ha la sensazione che si sia persa una occasione importante per attuare con forza una struttura egualitaria ed inclusiva delle differenze di genere, soprattutto in un periodo storico che riflette l’acuirsi delle disparità sociali. Se è vero dunque che si possa rimediare in futuro attraverso la specifica implementazione di altri piani nazionali sul tema, occorre in questa fase elogiare coloro i quali hanno tracciato le linee guida del piano di Ripresa pensando da subito, tra le priorità, di ridurre gli effetti negativi quanto meno della crisi sulle donne.

È essenziale includere e mantenere questa forma mentis anche nelle fasi finali di attuazione e soprattutto monitoraggio dei piani nazionali, da non prendere sottogamba per non vanificare quanto di buono fatto nella fase precedente. Un plauso va anche alla Svezia e in particolare alla Spagna, che ha fatto dell’uguaglianza di genere un caposaldo della strategia nazionale di ripresa.

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